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La diplomazia della preoccupazione

4 Set 2026

Ci sono giorni in cui persino le parole si arrendono.
Resto davanti alla pagina e non so più da dove cominciare.
Dall’occupazione? Dal caldo che divora ogni respiro? Dai topi che reclamano il suolo come fosse casa loro? Dalle zanzare che non concedono tregua nemmeno ai neonati? O dal cuore che ormai non ha più spazio per sopportare un altro dolore?

Su di noi si è abbattuto tutto insieme.
L’occupazione. Il caldo. I topi. Le zanzare.
E il mondo, dopo aver esaurito ogni forma di impotenza, sembra aver deciso di lasciarci partecipare a una quotidiana gara di sopravvivenza, con regole tanto crudeli da superare perfino l’immaginazione degli scrittori più cupi.

Di giorno le case ferite sventrate dalle bombe, e le tende lacerate diventano forni di nylon sotto il sole dell’estate.
Non c’è elettricità.
Non c’è un ventilatore.
Non c’è abbastanza acqua perché un bambino possa bere o perché una madre possa lavargli il viso.
Qui il sole non illumina.
Brucia.
La notte invece non porta riposo.
Apre soltanto il turno successivo della sofferenza.

Mi ritrovo a stringere Lara tra le braccia e mi domando come darle il latte in questo buio assoluto, circondata da insetti e roditori.
Dovrei forse rifugiarmi tra quattro muri spaccati inclinati pronti a crollare da un momento all’altro soltanto per sottrarre il suo corpo minuscolo alle punture delle zanzare che lo hanno già ricoperto?

I bambini qui non sognano giocattoli.
Non chiedono vacanze.
Non desiderano regali.
Sognano una lampadina accesa.
Una piccola luce nel cuore di questa oscurità infinita.

Io invece non riesco più a reggere il peso di nulla.
La gravidanza mi ha spezzato la schiena.
La forza che avevo è evaporata giorno dopo giorno finché non è rimasto altro che il respiro.

Perché continuiamo a vivere?
Per resistere?
Per soffrire?
Per trascinare sulle spalle una fatica che sembra non avere mai fine?

Lo giuro davanti a Dio.
Wissam si è finalmente riposato da questo mondo ingiusto.
Noi invece ogni mattina ci svegliamo soltanto per ricominciare la nostra condanna.
Adesso viviamo accanto al Cubo Giallo.
Pochi giorni fa i soldati sono entrati qui.
Hanno ucciso.
Hanno distrutto.
E hanno lasciato dietro di sé un paesaggio che perfino la parola rovina fatica ormai a raccontare.

Non so più se abbiano accorciato la distanza tra noi e la devastazione oppure se abbiano bombardato perfino ciò che era già distrutto.
So soltanto che hanno divorato un altro pezzo di Gaza.
Oggi quella linea attraversa persino Salah al-Din Street, la strada in cui viviamo.
Basta che un bambino giocando si avvicini troppo a quel cubo e un proiettile può arrivare prima ancora della sua innocenza.

Abito accanto a loro.
E il terrore abita dentro di me.
La disperazione è tornata a occupare il mio cuore.
E con lei è tornato anche il pensiero della morte.
Mi sorprendo sempre più spesso a chiedermi se sarebbe un peccato desiderare che tutto finisca.
Se Dio potrebbe perdonare una donna così stanca da non riuscire più a distinguere la speranza dall’esaurimento.
Poi guardo i miei figli.
E mi domando come potrei lasciarli.
Ma subito dopo mi chiedo anche come sia possibile continuare a chiamare vita tutto questo.

Qui la morte passa ogni minuto.
Le bombe arrivano senza bussare.
I prezzi sono assurdi come se vivessimo a Parigi invece che tra le macerie.
Il caldo soffoca.
Le malattie della pelle divorano i corpi.
Pulci.
Cimici.
Zanzare.
Lucertole.
Topi.
Gatti affamati.
Cani randagi.
È una vita che, ormai, assomiglia più lentamente a una morte che non ha il coraggio di finire.

Non sono più la donna paziente che accettava ogni prova.
Qualcosa dentro di me si è consumato.
E resta soltanto una stanchezza così profonda da assomigliare al desiderio di sparire.
Quando cala il buio ricomincia il secondo assedio.
Le zanzare nell’aria.
I topi sul terreno.
La paura ovunque.
L’occupazione invece è presente in ogni dettaglio.
Nella casa che non esiste più.
Nella tenda che ha preso il suo posto.
Nell’acqua diventata un miraggio.
Nelle infrastrutture cancellate.
Nella vita ridotta a pochi metri quadrati di stoffa e nylon.

Che lusso straordinario quello concesso agli abitanti di Gaza.
Una tenda che non protegge né dal sole né dal freddo.
Acqua cercata come un tesoro.
Zanzare che non dormono mai.
Topi che dividono con gli sfollati l’ultimo spazio rimasto.
Un caldo così feroce da rendere impossibile persino respirare.

E poi arriva il mondo.
Elegante.
Diplomatico.
Composto.
A dichiararsi, ancora una volta “profondamente preoccupato”.

Grazie.
Forse quella preoccupazione riuscirà a ricucire una tenda.
A riempire una cisterna.
A scacciare una zanzara.
O magari convincerà un topo a rispettare il diritto internazionale umanitario.

L’occupazione incombe sopra le nostre teste.
Il caldo cuoce la terra sotto i nostri piedi.
La sete rincorre i nostri bambini.
Le zanzare divorano la loro pelle.
I topi contendono loro perfino il sonno.

E il mondo osserva.

Forse è questo il più grande successo della nostra epoca civile.
Essere riusciti a trasformare i desideri più semplici in richieste umanitarie.
Una stanza con quattro pareti.
Un rubinetto da cui scenda acqua.
Una notte senza zanzare.
Una notte senza topi.

Per ottenere tutto questo servono conferenze.
Negoziati.
Dichiarazioni.
Comunicati.
A Gaza le macerie non raccontano più soltanto lo sfollamento.
Sono diventate la testimonianza silenziosa di un mondo che ha visto tutto e ha scelto di fare quasi nulla.

Io non chiedo più nei miracoli.
Vorrei soltanto vedere Lara dormire una notte senza punture.
Sentire i miei figli ridere senza voltarsi al rumore di un aereo.
Bere un bicchiere d’acqua fresca senza sentirmi in colpa.
Vivere un solo giorno senza contare i morti, gli insetti o le delusioni.
Ma anche questi piccoli sogni,
a Gaza,
sono diventati più irraggiungibili della pace.

Il desiderio di mettere fine alla mia vita continua a tornare e non smetto di pensarci.

 

Shorouq

Gaza, Luglio 2026.