Dopo giorni passati
a rattoppare i muri con la paura
a chiudere le crepe con le unghie
a lavare il nero dalle pareti
come si lavano i peccati da un volto innocente
mi ero preparata
a una bugia chiamata “vita pulita”
prima che nascesse mia figlia.
Ma il vento aveva un’altra storia.
È arrivato di notte
come un giudice cieco
come un ladro con un martello
come un piccolo esercito di perdite
e ha fatto crollare tutte le coperte
che avevo cucito con i miei giorni
con i miei nervi
con notti che dormivano in piedi.
Sono caduti i teli.
Ed è caduta con loro una donna
che cercava di fermare il mondo
con un pezzo di stoffa.
Sono crollata.
Non mi vergogno a dirlo:
sono crollata come un muro vecchio
quando scopre all’improvviso
di essere solo.
I miei nervi tremavano
come fili scoperti sotto la pioggia
le mie ginocchia mi hanno tradita
come un amico
stanco di custodire segreti.
Poi ho stretto Kareem.
Un bambino che chiama suo padre
come un naufrago chiama il suo ultimo nome.
Un padre diventato un indirizzo dell’assenza.
Nel suo petto
ho trovato un cuore piccolo
che batteva al posto del mio.
Mi sono detta:
tutto può avere una soluzione
ogni rovina, ogni maceria, ogni ferita.
Tutto tranne la morte.
La morte,
quel superbo che non negozia
non chiede scusa
non restituisce nessuno.
Dove siete?
Voi, proprietari delle coscienze in saldo
signori dei comunicati freddi
professionisti delle lacrime
davanti alle telecamere.
Dove siete
quando le tende si accartocciano
come tombe provvisorie?
Sentite il tremito dei bambini
che sveglia la notte dal suo sonno?
Vedete i loro corpi piccoli
tremare come foglie
abbandonate apposta alla tempesta?
Dove siete davanti a una madre
che sta in piedi sul bordo della sua anima
cucendo il cielo con un ago rotto
raccogliendo pezzi di stoffa
come si raccolgono i corpi
dopo un bombardamento
per costruire un tetto
che rimandi la morte di un neonato
di un’ora soltanto?
Dove siete davanti a un vecchio
la cui schiena è diventata una mappa della stanchezza
accartocciato
come una lettera caduta dalla parola “patria”
che non sa se lo ucciderà prima il freddo
o l’abbandono?
Dove siete davanti a uomini
le cui case sono crollate dentro il petto
e che ora proteggono i figli dalla pioggia
come prima li proteggevano dagli aerei?
O voi che parlate di coscienza.
Se l’umanità avesse una voce
ora griderebbe
da dentro una tenda
Se la misericordia avesse un indirizzo
sarebbe qui
dove il freddo e l’ingiustizia
stanno in piedi come due fratelli legittimi
alle porte degli sfollati.
Gaza non chiede miracoli
Gaza domanda solo:
è rimasto in questo mondo
un cuore
che non sia diventato pietra?
E mi fa male
che la madre di Kareem dica
che io sono cambiata
che mi sono occupata della mia casa
che già si regge
sulle stampelle del vento.
Che una donna venga giudicata
perché ha accettato un po’ di salvezza
per una figlia che non è ancora nata.
Mi chiedo di notte:
sono diventata colpevole
solo perché ho tentato di salvare ciò che resta?
Io lo so.
So, più di quanto le parole sopportino
che Kareem e Kinan sono miei figli
come Sewar e Moaid.
Il sangue non si misura con i documenti
ma con il dolore.
Non li lascerò.
Ma io sono una donna.
E anche le donne si stancano
si spezzano
e piangono in silenzio
per non far cadere il soffitto.
Sono stanca
come una strada consumata
dai passi dei fuggiaschi.
Pesante
come il cielo prima di cadere.
Come posso costruire un futuro
per quattro cuori
che dormono sotto una sirena?
Oggi sono andata a vedere Nada.
La bambina
che il tempo ha lasciato
su una pietra.
Era lì
sulla stessa pietra
come se la pietra fosse l’unica cosa
che non è stata bombardata.
Aspettava sua madre che dormiva.
Aspettava
come una terra aspetta i suoi dispersi.
Era muta.
Ma la pietra piangeva.
Sì.
Ho visto la pietra piangere.
Le lacrime erano dentro
pesanti, dure, inermi.
Quella pietra
ha imparato la forma del suo corpo
il calore della sua paura
la sua ombra piccola.
È diventata testimone
di un’infanzia
rimandata ogni giorno.
Dio mio
perfino le pietre
sono più misericordiose
di questo mondo.
Altrove
si siedono su sedie morbide
negoziano il colore della pace
la forma dei tavoli
chi governerà
e chi pagherà.
Noi invece
negoziamo con la notte
per restare vivi.
Chiediamo:
quando finirà la guerra?
Quando si asciugherà questo fiume rosso
che attraversa i nostri corpi?
Fino ad ora
il cielo piove nomi
e la terra conserva i resti
meglio dei volti.
I bombardamenti continuano.
I droni scrivono il nostro diario con il rumore.
Amavo il cielo.
Era la mia finestra verso la preghiera.
Ora è un quaderno di morte.
Alziamo lo sguardo
non per sognare
ma per calcolare:
da dove verrà il missile
che trasformerà i nostri nomi
in numeri?
Questa non è una poesia.
È la confessione di una pietra.
È il grembo di una madre
che porta un paese spezzato
nel suo ventre.
Shorouq
Gaza, Gennaio 2026.

