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Quilombo di Bracuhy: la terra parla di giustizia

7 Ago 2025

A cura di Gaetano Pedullà

Introduzione

Il Brasile è la nazione con la maggior diversità etnico-culturale al mondo; nel suo territorio, secondo il Censo demografico del 2022, vivono circa 305 popoli nativi che parlano 274 lingue diverse, per un totale di 1.693.535 individui. Queste popolazioni sono diversissime le une dalle altre per usi e costumi. Sono accomunate dal sentirsi parte della natura che, per loro, rappresenta una madre da onorare e proteggere, non da possedere o adulterare. Il nativo si sente nutrito dalla madre terra e dai suoi frutti e, per lo più, ha sempre vissuto una vita semi-nomade cacciando, pescando e raccogliendo frutti dagli alberi, spostandosi ciclicamente altrove, per permettere alla foresta di rigenerarsi.

Per contro, oggi, il processo di globalizzazione ha generato una umanità, sia a oriente che a occidente, uniformata a una visione unica, occidentalizzata, di stampo anglosassone, dove il predominio, il profitto e l’accumulo di capitale rappresentano i caposaldi dello sviluppo economico-sociale dei popoli, a dispetto dei principi di economia comunitaria propri delle etnie aborigene.

Nonostante l’alto numero di etnie gli indigeni in Brasile rappresentano una minoranza, circa lo 0,8% rispetto all’intera popolazione. Nel corso di 5 secoli si è consumato un vero e proprio olocausto. Nel 1969 Norman Lewis in un articolo sul Sunday Times stima 6 milioni di morti, l’antropologo Darcy Ribeiro afferma che in 150 anni di colonialismo, a partire dal 1492, la popolazione indigena, che inizialmente ammontava a 70 milioni di individui, si è ridotta a 3 milioni e mezzo, ovvero a un ventesimo.

Nei primi tre decenni del XVI secolo gli esploratori portoghesi non erano affatto intenzionati a colonizzare il nuovo mondo, piuttosto cercavano un punto di ristoro e di approvvigionamento allo scopo di raggiungere le Indie Orientali e ivi avviare l’ambito commercio delle spezie. In questa prima fase europei ed indios convivevano pacificamente scambiandosi conoscenze e tradizioni, contraendo numerose unioni in matrimonio; si sviluppò una forma di baratto in cui gli indigeni fornivano ai portoghesi il pau-brasil, un legno adatto alla tintura, ottenendo in cambio utensili in metallo, specchi, manufatti, sconosciuti alla cultura indigena.

Nella società indigena tutti hanno il necessario, nessuno accumula il superfluo, per cui, una volta ottenuti gli utensili in metallo, gli indios non erano più interessati al baratto. Inoltre, in seguito al declino dei traffici con la Compagnia delle Indie Orientali, all’apertura di nuove rotte commerciali tra Asia ed Europa e al timore, da parte della corona portoghese di perdere le terre in America, venne introdotta la coltivazione di canna da zucchero per cui era, tuttavia, necessaria manodopera. Inizialmente cercarono di sfruttare l’amicizia stretta con alcune comunità indios acquisendo come schiavi i loro prigionieri di battaglia. Ciò non fu sufficiente e la crescente necessità di manodopera spinse i portoghesi ad ingaggiare sanguinose guerre contro i popoli originari; questi però si ribellarono e costituirono nella metà del XVI secolo la resistenza armata dei Tamoios nei pressi dell’attuale Rio de Janeiro. Nel 1563 ci fu un armistizio perché era impossibile sconfiggere gli indigeni. Secondo la tradizione orale i portoghesi trassero in inganno i Tupinambà offrendogli in dono abiti ed utensili contaminati dal vaiolo.

Scoppiò l’epidemia per cui morirono migliaia di indios e poco dopo la rivolta dei Tamoios, ormai decimata, capitolò.

Intorno al 1570 il Portogallo prese atto che l’indigeno era indomabile; egli piuttosto che sottomettersi, si faceva uccidere o si suicidava. Nacque così l’idea di deportare schiavi da popoli africani in conflitto fra loro, del tutto ignari delle nuove terre, proprio per evitare rivolte. Fra l’altro il Portogallo, già da un secolo, usufruiva del mercato degli schiavi, per cui la manodopera africana da un lato era abituata ai ritmi e alle tecniche di lavoro europee, dall’altro era esperta in agricoltura tropicale ed estrazione mineraria. Solo in Brasile, in 350, anni sono stati deportati circa 5 milioni di schiavi, impiegati nelle coltivazioni di canna da zucchero, di caffè e, successivamente, nella seconda metà del XVII secolo, anche nell’estrazione di oro e diamanti. Secondo Alan S. Rosenbaum e Israel W. Charny, il numero complessivo di africani morti a causa della schiavitù tra il 1500 e il 1900 ammonta a circa quattro milioni, un vero e proprio genocidio etnico.

La colonizzazione portoghese prima, gli aristocratici brasiliani dopo e, infine, il neocolonialismo, ovvero il processo di modernizzazione successivo agli anni 50’, attraverso l’agro industria, l’allevamento intensivo, l’estrazione mineraria, petrolifera e gassosa, hanno messo in ginocchio non solo la diversità etnico-culturale, ma anche la biodiversità delle foreste pluviali brasiliane (Foresta Atlantica, Mato Grosso e Amazzonia). Dal Sesto Rapporto IPCC (2021-23) risulta inequivocabile che l’influenza umana ha riscaldato l’atmosfera, l’oceano e la terra. La portata di questi eventi non ha precedenti nel corso di migliaia di anni. Il cambiamento climatico sta già determinando eventi climatici estremi in ogni regione del mondo come ondate di calore, forti precipitazioni, siccità e cicloni tropicali; sta già incidendo sulla salute, sulla capacità di coltivare cibo, sulla disponibilità di acqua. Purtroppo a pagarne le spese sono soprattutto i paesi in via di sviluppo come il Brasile.

La Foresta Atlantica (Mata Atlantica) è considerata una delle aree più ricche di biodiversità al mondo. Tuttavia, il 90% della sua estensione originaria è stato distrutto, rendendola il bioma brasiliano più minacciato. Il suo tasso di deforestazione è 2,5 volte superiore a quello registrato in Amazzonia.

 

 

Nonostante ciò, oggi si stima che nella Foresta Atlantica vivano ancora 20.000 specie vegetali (circa il 35% delle specie presenti in Brasile), tra cui diverse specie endemiche e in via di estinzione. Questa ricchezza è superiore a quella di interi continenti, come il Nord America, che conta 17.000 specie vegetali, e l’Europa, con 12.500. Questo è uno dei motivi per cui la Foresta Atlantica è una priorità per la biodiversità globale. Per quanto riguarda la fauna, il bioma ospita circa 850 specie di uccelli, 370 anfibi, 200 rettili, 270 mammiferi e 350 pesci.

I popoli originari e gli africani superstiti, rappresentano le uniche comunità che difendono la natura dal delirio di onnipotenza dell’essere umano “occidentalizzato”, impedendo che le multinazionali finiscano di distruggere quel poco che rimane delle foreste pluviali.

L’attivismo, la lotta pacifica, sono osteggiate dai potentati economici che tentano con ogni mezzo di impossessarsi di tutte le risorse naturali, costringendo le comunità fragili a spostarsi nei luoghi più aridi e inospitali rendendo arduo l’accesso all’acqua e al procacciamento del cibo.

In Brasile, l’istruzione e la sanità, non tengono conto delle necessità di nativi e africani, nonostante la costituzione del 1988 garantisca i loro diritti, non vi è, di fatto, alcun riconoscimento concreto della cultura di questi popoli. I giovani sono costretti a seguire gli studi in luoghi lontani dalla propria comunità e, in tal modo, perdono la connessione con le proprie radici culturali, facendosi ammaliare dalla modernità e finendo per considerare la propria cultura inferiore rispetto a quella occidentale. La perdita della cultura, della lingua madre, determina il genocidio culturale di queste popolazioni.

 

La visita alle comunità

Quest’anno, insieme a Giovanni Bongiovanni, presidente di Funima International, abbiamo deciso di conoscere da vicino alcune comunità nello stato di Rio de Janeiro.
Da oltre dieci anni mi reco in Brasile con l’intento di offrire sostegno alla crescita interiore delle persone. Negli ultimi anni ho anche realizzato diverse video interviste per invitare le persone ‘occidentalizzate’, del tutto inconsapevoli, a riflettere sul proprio ruolo nella distruzione di culture millenarie e nella devastazione di interi ecosistemi, veri e propri paradisi naturali.

Funima International ETS è un’associazione no profit che da più di 20 anni lavora a fianco delle comunità più fragili, promuovendone la crescita e l’autonomia. È attiva principalmente in Italia e in America Latina, in particolare nel Chaco Argentino, dove sostiene lo sviluppo socio-culturale di 15 comunità indigene. Queste popolazioni vivono in condizioni estreme, in una delle zone più aride e povere dell’Argentina, spesso senza accesso a cibo ed acqua.
Quest’anno l’obiettivo della nostra collaborazione con Funima è valutare la possibilità di estendere il supporto anche alle comunità vulnerabili del Brasile, attraverso uno studio di fattibilità.
Per questo ho coinvolto Guto Azevedo e Adriana Campos, nostri collaboratori brasiliani da oltre dieci anni, con i quali a marzo 2024 abbiamo potuto toccare con mano il lavoro che Funima svolge in Argentina.

Quel viaggio nel Chaco ha lasciato un segno profondo in Guto ed Adriana, che quest’anno, per conto di Funima, hanno organizzato con grande entusiasmo ed impegno la visita a diverse realtà comunitarie brasiliane.
Insieme all’attivista Pedro Neves, hanno, innanzi tutto, selezionato due comunità particolarmente interessanti nella zona della Costa Verde. Pedro Neves collabora con Fiocruz, una prestigiosa istituzione sanitaria brasiliana impegnata nella promozione della salute pubblica. Dal 2009, Fiocruz ha dato vita, insieme al Forum delle Comunità Tradizionali di Angra dos Reis, Paraty e Ubatuba (FCT), all’Osservatorio dei Territori Sostenibili e Sani della Bocaina (OTSS). L’Osservatorio promuove il dialogo tra saperi scientifici e tradizionali e sviluppa strategie per favorire sostenibilità, salute e diritti nelle comunità tradizionali. Oggi coinvolge oltre 150 collaboratori diretti, tra cui 43 ricercatori comunitari, attivi in circa 150 comunità caiçara, indigene e quilombola situate tra il sud dello Stato di Rio de Janeiro e il nord di quello di San Paolo.
Infine, grazie alla loro esperienza ventennale nel campo della preservazione della Foresta Atlantica, Guto e Adriana hanno individuato anche una fazenda che pratica l’agroforesta e le biocostruzioni, ampliando ulteriormente il raggio d’azione di questo viaggio esplorativo.

Il viaggio, durato tre giorni, si è svolto con un gruppo di nove persone, tra cui Giovanni Bongiovanni, presidente di Funima International. Fin da subito si è creato un clima frizzante, segnato da curiosità, desiderio di conoscere e un forte senso di unione tra di noi.

 

Primo giorno di viaggio

Il primo giorno ci siamo recati nella zona litoranea della Costa Verde, a metà strada fra Rio de Janeiro e Santos, per conoscere il Quilombo di Santa Rita di Bracuhy, una comunità di ex schiavi africani che lavoravano per una Fazenda di canna da zucchero e caffè.
Pedro ci ha condotto presso l’abitazione di Dona Marilda, l’anziana della comunità, che ci ha raccontato la storia e la cultura dell’ex fazenda, ci ha mostrato le attività della comunità e, infine, ci ha illustrato un progetto pensato per preservare l’identità quilombola, con particolare attenzione alle nuove generazioni.

In Africa, secondo l’etnia Bantù, il Kilombo (Quilombo) ha sempre rappresentato un luogo di riunione per la preservazione della cultura e per la socializzazione comunitaria. A partire dal 1570, con l’avvento della dominazione portoghese in Terra Brasilis, il Quilombo diviene soprattutto un luogo di resistenza, dove gli schiavi africani si addestravano alla battaglia corporale, tramite le arti marziali come la capoeira e si organizzavano per liberarsi dallo schiavismo coloniale.

 

Zumbi-di-PalmaresNel 1597, nel nord-est del Brasile, viene fondato il Quilombo di Palmares, il più importante della storia brasiliana, che, nel corso di un secolo, riuscì a liberare decine di migliaia di schiavi dalle piantagioni, arrivando a contare fino a 30.000 abitanti distribuiti in 11 villaggi (mocambos). Il Quilombo di Palmares fu una Repubblica caratterizzata da una fiorente economia comunitaria dove tutte le risorse erano equamente distribuite. Indios, africani ed europei, contrari al colonialismo, convivevano pacificamente condividendo in piena libertà usi, costumi e ogni sorta di conoscenza e per questo ispirò moltissimi schiavi a ribellarsi al modello coloniale. Nel 1695 la Repubblica di Palmares capitolò insieme al suo eroe, Zumbi, tradito da alcuni collaboratori.

Nel 1829 – spiega Dona Marilda – il comandante Joaquim José de Sousa Breves, il più opulento coltivatore di caffè del Brasile imperiale, acquistò in concessione la Fazenda di Santa Rita di Bracuhy, specializzata in cachaça, un’acquavite ottenuta dalla distillazione del succo di canna da zucchero.

Superstiti-CamargoDopo la prima legge abolizionista la Fazenda iniziò a vivere un periodo di decadenza e Breves, in cerca di manodopera, ricorse molte volte al mercato clandestino degli schiavi. Nel 1852 il comandante Gordon, assoldato da Souza Breves per deportare 540 schiavi africani, venne intercettato dalla polizia marittima portoghese mentre approdava lungo la costa dirimpetto alla Fazenda. Per sfuggire alla cattura, Gordon diede fuoco al brigantino Camargo con tutti gli schiavi ancora a bordo. In seguito fu giustiziato negli Stati Uniti.
Secondo la memoria orale degli africani superstiti, soltanto 70 dei 540 schiavi sopravvissero alla tragedia. Tuttavia, la versione ufficiale, basata sulla testimonianza dello stesso Gordon, sosteneva che l’incendio del brigantino non causò vittime. Attualmente tre membri della comunità quilombola stanno portando avanti un’indagine per fare finalmente chiarezza sulla vergognosa vicenda del Camargo. Dona Marilda, visibilmente commossa, ci ha mostrato la targa commemorativa con l’elenco dei 70 africani sopravvissuti, successivamente identificati dalla polizia brasiliana.

La comunità vorrebbe costruire un museo, a forma di brigantino, per preservare la memoria della tragedia del Camargo e per mostrare al pubblico il fascino della cultura e delle tradizioni del Quilombo di Santa Rita di Bracuhy.
In tutto il Brasile – continua Dona Marilda – la gestione degli schiavi diventava sempre più complessa, poiché la definitiva abolizione della schiavitù era ormai imminente. Nel 1877 José de Souza Breves donò le sue terre agli ex schiavi, affidando l’amministrazione del testamento ad un tutore, Honório Lima. Si trattava di una pratica diffusa, volta a mantenere la manodopera nella regione, casomai venisse reintrodotto lo schiavismo.

Nel 1921 Honório Lima registrò il terreno a suo nome, dopo aver convinto gli africani che vi abitavano a firmare dei documenti. Fece credere loro che stavano ottenendo finalmente il titolo di proprietà, mentre in realtà stavano cedendo la terra proprio a lui. Nel corso del XX secolo, Lima iniziò a vendere parte del terreno.

Negli anni ‘70, il periodo della dittatura, i figli di Lima vendono ulteriori terreni e viene costruita la strada Rio–Santos (BR-101); arriva la speculazione immobiliare e, poco dopo, viene costruita una centrale nucleare in zona. Il territorio dell’antica fazenda viene diviso in due: da un lato della BR-101, nella costa, vivono i ricchi nei residence appena costruiti, dall’altro lato, verso le montagne, vivono i poveri: africani e lavoratori.

Gli africani cercano di allontanare gli invasori ricorrendo ad un avvocato, ma senza successo. Poi, un anziano della comunità ricorda l’esistenza del vecchio testamento di Souza Breves, dimenticato da tempo, che poco dopo viene ritrovato in uno studio notarile a Pinheiral.

Nel 2005 nasce l’ARQUISABRA (Associação dos Remanescentes de Quilombo da Santa Rita do Bracuhy) e, nel 2011, la comunità si autodichiara ufficialmente Quilombo.
Nel 2023, dopo decenni di battaglie legali, viene riconosciuta una pre-titolazione delle terre alla comunità africana, aprendo la strada ad un futuro atto definitivo di proprietà che certifichi il possesso collettivo della terra di Santa Rita di Bracuhy.

Attualmente – conclude Marilda – l’INCRA ha riconosciuto al Quilombo di Santa Rita soltanto 617 ettari di terra. Tuttavia, secondo la memoria storica e le antiche carte imperiali, alla comunità ne spetterebbero ben 7.195. Il più recente censimento demografico, risalente al 2022, rileva la presenza nel Quilombo di 129 famiglie afrodiscendenti, per un totale di 333 persone. Se si includono anche individui di altre etnie, la popolazione complessiva dell’area raggiunge le 613 unità.

Terminato l’escursus storico, Dona Marilda ci invita a casa sua per condividere un pasto a base di cibo estremamente sano, coltivato secondo il metodo dell’agro-foresta: una particolare forma di permacultura che rispetta l’ecosistema e non prevede alcun intervento chimico. Abbiamo avuto modo di assaggiare delle vere e proprie delizie tipiche della foresta pluviale brasiliana: la polpa di jussara, il mango, il mamão, il cupuaçu, il cacao…

Nel pomeriggio, Dona Marilda ci ha guidati attraverso il territorio del Quilombo, mostrandoci le varie iniziative promosse dalla comunità. Ha iniziato illustrandoci l’impegno collettivo nella pratica dell’agro-foresta, accompagnandoci in diverse aree dove foresta e coltivazioni coesistono in modo armonioso, evidenziando i risultati della riforestazione in zone che un tempo erano aride.

 

 

La comunità riesce a provvedere pienamente al proprio sostentamento ed è molto attiva nella produzione agricola. Molto interessante è anche la coltivazione di erbe medicinali che gli africani utilizzano per curare diversi tipi di malattie. Il Quilombo è impegnato nella vendita di prodotti alimentari e culinari, tutti rigorosamente biologici, e diverse famiglie hanno già avviato attività di ristorazione.

Diverse aree comunitarie sono dedicate all’allevamento e Marilda ci ha mostrato una piccola vasca dove stanno iniziando a praticare l’acquacultura con il proposito di introdurre a breve una vasca molto più grande per incrementare la produzione.
Un tempo, la pesca lungo il fiume Brachuy era fiorente e tutti potevano facilmente procurarsi del cibo. Nel 2023, una grave esondazione ha colpito la zona e l’intervento dello Stato brasiliano ha peggiorato ulteriormente la situazione, rendendo impossibile la pesca. Oggi, per poter pescare, è necessario risalire il fiume verso le montagne. La comunità africana ha tratto beneficio dal fiume Brachuy per secoli: i suoni della foresta e lo scorrere dell’acqua permettevano di entrare in connessione con la natura e di rigenerarsi dopo le fatiche del lavoro. Tuttavia oggi tutto questo non è più possibile, a causa dei nuovi argini che ostacolano l’accesso al fiume e della creazione di un canale secondario, che ha ridotto significativamente la portata del corso d’acqua.

Un’altra criticità riguarda la linea elettrica installata all’interno della comunità senza adeguate misure di sicurezza. Durante le giornate di pioggia, dai tralicci possono partire scariche elettriche dirette verso le abitazioni, mettendo in serio pericolo la vita degli abitanti.
Purtroppo, lo Stato brasiliano penalizza le comunità quilombola, poiché scuole superiori, università e strutture sanitarie sono lontane dai loro insediamenti. I giovani, per poter proseguire gli studi, sono costretti ad allontanarsi dalle famiglie e, una volta inseriti nel contesto urbano, vengono spesso attratti dalla tecnologia e dallo stile di vita consumistico occidentale. Questo li porta a perdere il legame con le proprie radici culturali, fino al punto di considerare la cultura quilombola inferiore arrivando persino a disprezzarla.

Marilda ci ha parlato del Progetto educativo quilombola che mira a stimolare la preservazione della cultura e la formazione lavorativa di giovani ed adulti all’interno della comunità senza essere costretti a fuggire nei centri urbani.
Il progetto educativo per la tutela e la valorizzazione della cultura quilombola si basa su otto temi fondamentali: memoria collettiva, linguaggi della memoria, pietre miliari della cultura, pratiche culturali, tecnologie e forme di produzione del lavoro, raccolte e repertori orali, feste, costumi e tradizioni, e territorialità.

Per sviluppare questi temi, è stata ideata la realizzazione di un Centro Educativo, concepito come una casa suddivisa in tre aree principali:

  • La prima area sarà destinata alla formazione professionale di giovani e adulti, con l’obiettivo di offrire opportunità concrete e ridurre l’abbandono del Quilombo.
  • La seconda area ospiterà una cucina comunitaria, dove si prepareranno prodotti alimentari da vendere sia ai turisti che alla popolazione locale, generando così reddito per la comunità.
  • La terza area sarà dedicata ad un anfiteatro, spazio in cui si valorizzeranno le espressioni artistiche e culturali locali, in particolare attraverso il Jongo e il Calango, danze e musiche tradizionali di origine africana.

La realizzazione del Centro Educativo richiede un investimento economico, motivo per cui il Quilombo è attualmente alla ricerca di finanziatori esterni.

Da una prima verifica sul campo, è emerso che la comunità afrodiscendente di Santa Rita do Bracuí è attivamente impegnata nel miglioramento delle proprie condizioni di vita e nella salvaguardia della Foresta Atlantica, un ecosistema a rischio di estinzione. Funima International ETS è interessata a sostenere comunità vulnerabili che dimostrino un impegno concreto nella propria crescita, adottando un approccio etico orientato al bene collettivo. Alla luce delle prime impressioni positive, l’organizzazione ha deciso di valutare seriamente la possibilità di supportare il progetto del Centro Educativo quilombola, ideato da Marilda insieme alla sua comunità.

 

To be continued…