Caldo, vento e sabbia: non è terra quella che il vento solleva, ma vera e propria sabbia. Ci troviamo in un luogo di sterpaglie, alberi, vegetazione spesso spinosa e poche case di mattoni di terra e misere lamiere sostenute da pali. Così vivono la maggior parte delle comunità che stiamo visitando in questi giorni. Alcune comunità sono irraggiungibili: la sabbia che vola e si infila negli occhi e tra i denti, ardendo la lingua come carta vetrata, si trasforma con la pioggia in una trappola di fango. Questo ci fa capire inequivocabilmente che per quel giorno è meglio non proseguire.
I progetti di FUNIMA si concentrano sulla fornitura di acqua per queste comunità, un elemento essenziale per la vita. La grave carenza di acqua accomuna le varie etnie: senza acqua non ci sono colture, possibilità di allevamento, igiene e quindi salute. Questi popoli lottano ogni giorno per la loro vita e quella dei loro figli, senza apparenti progetti, desideri o speranze. Cosa si nasconde dietro quegli sguardi impenetrabili? Sembrano vivere il momento con indifferenza, lasciando scorrere le giornate sotto un sole che raggiunge i 45 gradi. Molti si tengono in disparte, e soprattutto le donne interagiscono poco, parlando raramente: il cacique è il loro portavoce.
Ma ci sono anche alcune comunità bellissime che nutrono e offrono speranza: bambini gioiosi che cercano il nostro sguardo e ci salutano festosamente appena ci vedono arrivare; donne accoglienti; luoghi che sono piccoli paradisi con case ombreggiate, laghetti e servizi igienici, seppure rudimentali. Un’aria di serenità, nonostante le molte problematiche che ci vengono raccontate dagli stessi abitanti e dalla luminosa Jessica, mediatrice culturale, che esprime ogni situazione con un sorriso dolce e smagliante allo stesso tempo.
Nell’ultima comunità che visitiamo, il maestro Roberto della scuola di Las Varas trasmette una passione e una certezza di diritto e riscatto che commuovono. Allora, qual è la realtà? È quella che in questi giorni ciascuno del gruppo ha espresso senza parole: la voglia e la consapevolezza di costruire, e la necessità di costruire, mondi e uomini nuovi. E soprattutto, che questo è possibile. Lo vedo scritto nella scuola di Las Varas, il cui simbolo è un’arca: “¿Qué todo se puede? Por supuesto que sí…”


