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Diario di viaggio di Gaetano Pedullà – IV° parte

27 Giu 2024

Fidelina Diaz, capo della comunità Pomis Jiwet, è un’insegnante bilingue che ha dedicato tutta la vita a trasmettere e diffondere la cultura della propria comunità nativa. Ha lottato pacificamente nella sua terra, all’interno della comunità e nelle scuole per preservare la cultura Chorote.

Insieme a suo fratello ed altri membri della comunità, ha formato un gruppo di musicisti che, attraverso la musica, raccontano la loro cultura, le difficoltà ambientali, in un progetto di sensibilizzazione sulla precarietà e l’indifferenza che li circonda.

Hanno deciso di resistere rimanendo nel loro territorio nonostante le grandi difficoltà, lavorando sodo per avviare attività produttive di auto-sostegno.

In questa 4º e ultima parte del Diario di Gaetano, si racchiude l’essenza della nostra opera e quella di Fidelina, che incarna l’impegno di una lotta pacifica e il desiderio ardente di cambiamento.

Ringraziamo Gaetano per la sua preziosa testimonianza.
Un sentito ringraziamento va anche a tutti i volontari che negli anni hanno partecipato ai viaggi di missione e ai sostenitori che, con il loro contributo quotidiano, ci permettono di fare la differenza.

Buona lettura!

 

Quarto giorno di viaggio

Il quarto giorno abbiamo visitato la comunità Nueva Esperanza situata nei pressi della città di General Mosconi, a soli 10 Km da Tartagal, e in questa occasione abbiamo conosciuto un’altra importante collaboratrice di FUNIMA International, Jessica Olivieri, componente del gruppo UNIR di General Mosconi.

La comunità si trova relativamente vicino al centro abitato, a soli 300 metri dalla rete idrica comunale, tuttavia la condizione delle strade sterrate è pessima e ogni spostamento è problematico. In questa zona il clima è meno arido rispetto a Santa Victoria, ci sono molte più piogge ma non esistono infrastrutture statali in grado di mettere a frutto questa condizione più favorevole e spesso si verificano allagamenti e inondazioni con effetti deleteri. Grazie alle informazioni del gruppo UNIR, Funima è venuta a conoscenza della mancanza assoluta di acqua presente in questa comunità e dopo una serie di valutazioni ha donato e installato, con l’aiuto fattivo della comunità, una cisterna flessibile da 22.000 litri di acqua destinata al consumo familiare e all’irrigazione dell’orto comunitario.

Attualmente il municipio di General Mosconi provvede al periodico riempimento della cisterna flessibile e delle cisterne individuali fornite dal municipio stesso. In questa zona, essendo numerose le comunità prive di acqua, i tempi di rifornimento si allungano notevolmente, inoltre il municipio è dotato di un camion cisterna di ridotta capacità che non arriva mai a riempire nemmeno la metà della cisterna flessibile, come abbiamo visto anche a Santa Victoria Este. In questa comunità la situazione è migliorata molto ma ancora non c’è acqua sufficiente per tutti. Inoltre, nei periodi delle piogge la strada è impercorribile per cui la situazione peggiora notevolmente.

Funima sta portando avanti un nuovo progetto in collaborazione col municipio, ovvero l’estensione della rete idrica comunale, distante 300 metri, sino alla comunità “Nueva Esperanza” e questa rappresenterebbe la soluzione definitiva al problema dell’acqua. All’interno della comunità vive anche una giovane donna wichi che lavora per il gruppo UNIR e questo consente alla rete di sostegno solidale di monitorare tutto quello che accade giornalmente. La giovane donna ci ha raccontato che nella zona di General Mosconi la rete di aiuto solidale sta lavorando moltissimo alla preservazione della cultura Wichi, della lingua, degli usi e costumi, soprattutto nei giovani. Questa comunità ha la possibilità di mandare i propri figli presso una scuola centrale bilingue (wichi e spagnolo) e, attualmente, in cooperazione con il municipio e con le altre comunità si sta impegnando nella costruzione di una nuova scuola rurale che è in fase di ultimazione e che darà a tutti i giovani della zona la possibilità di studiare a breve distanza. Per quanto riguarda le cure mediche ci sono gli operatori sanitari che operano in sinergia con il gruppo UNIR; gli operatori municipali visitano ogni comunità sia periodicamente, sia su segnalazione di un accompagnatore familiare o del Cacique stesso. In questa zona c’è un buon segnale cellulare per cui è possibile richiedere l’intervento dell’autoambulanza quando necessario, ovviamente strada permettendo.

A “Nueva Esperanza” abbiamo toccato con mano come una rete di sostegno solidale può affrontare costruttivamente l’emergenza umanitaria; una singola istituzione non sarebbe in grado di svolgere tutto il lavoro, mentre la cooperazione fra più enti rende davvero possibile la crescita nelle comunità disagiate. Personalmente ho avvertito tanta amorevolezza da parte di Jessica nel prendersi cura del Cacique e di tutta le famiglie. La comunità pratica, nei limiti del possibile, l’agricoltura e la coltivazione di alcune piantine che ci hanno mostrato con orgoglio.

Alcuni mesi fa, in Italia, Tiziana Casadio ha ideato e ottenuto una raccolta fondi allo scopo di donare giochi ai bambini aborigeni sicché in ogni comunità visitata il gruppo di volontari, insieme a Tiziana, hanno consegnato i regali a tutti i bambini, evitando che si creasse discordia sulla scelta del dono da ricevere. A differenza di altre comunità a “Nueva Esperanza” hanno deciso di distribuire i regali in un secondo momento, attraverso un gioco, un concorso per evitare conflitti fra i bambini nella scelta del dono; fa riflettere l’alto grado di attenzione e responsabilità presente in questa comunità.

Terminata la visita abbiamo avuto il piacere di dialogare qualche minuto con Jessica che ci ha condiviso la sua forte preoccupazione per la grave crisi economica in cui versa l’Argentina: il tasso di inflazione mensile è salito al 25%, il Governo centrale ha effettuato importanti tagli alle spese per contrastare la corruzione e per questo le Provincie hanno pochi fondi economici e di conseguenza anche i Municipi. Il Salario di Jessica e Erica è basso, spesso entrambe visitano le comunità a proprie spese, utilizzando la propria automobile e provvedendo personalmente al rifornimento di carburante; lo stipendio arriva in ritardo, a volte debbono attendere 3 mesi prima di riceverlo. Inoltre, a causa della mancanza dei fondi, gli operatori municipali sono oberati di lavoro. Ad esempio Jessica segue 30 famiglie e a malapena riesce a prendersene cura; in pratica visita più di una famiglia al giorno considerando 22 giorni lavorati al mese, inoltre le spese degli spostamenti non retribuite lievitano per la distanza chilometrica fra una famiglia e l’altra, specie se appartengono a comunità molto distanti fra di loro.

Il Lavoro degli accompagnatori familiari è difficile ma importantissimo, solo il gran cuore, lo slancio solidale spinge Erica, Jessica e altri, a non interrompere l’importante opera umanitaria che stanno svolgendo. Tutta la mia ammirazione va per l’importante opera svolta da tutte queste persone che stanno cooperando con Funima per migliorare le condizioni di vita delle comunità aborigene.

Infine, dopo aver percorso altri 110 Km, nei pressi di Pichanal abbiamo visitato il sito creolo di Las Varas. I creoli sono meticci, ovvero provengono dall’incrocio fra spagnoli e indigeni e solitamente mantengono la forte connessione con la natura ma hanno una maggiore predisposizione alla cultura occidentale e questo, nell’emergenza umanitaria, li aiuta a evolvere con più rapidità dovendo affrontare meno barriere culturali. I creoli preferiscono chiamare il proprio luogo sito (“paraje”) anziché comunità (“comunidad”), non hanno un leader come il Cacique, sono lavoratori e hanno il concetto di proprietà privata che manca agli aborigeni, mentre è meno marcato lo spirito comunitario. I loro siti sono ordinati, ben organizzati e operosi.

A “Las Varas” Funima ha rimesso pienamente in funzione un pozzo realizzando una torre metallica dotata di cisterna per stoccaggio acqua e rete di distribuzione idrica sino alle singole abitazioni, scuola inclusa. La gente del posto è realmente grata a Funima per aver risolto l’enorme problema legato alla mancanza di acqua. Abbiamo visitato varie abitazioni e constatato che non solo portano avanti l’agricoltura ma allo stesso tempo l’allevamento di diversi animali, hanno realizzato un forno a legna, un laghetto e ogni settore è ben diviso rispetto agli altri.

Il docente Roberto Pelusa López ci ha accompagnato nella visita alla scuola rurale multigrado del sito, costituita da due aule: una adibita ad asilo per bambini di diversa età sino ai 5-6 anni, e l’altra usata come aula unica di scuola primaria per ragazzi dai 6 agli 11-12 anni. Nella scuola viene fatto utilizzo di una connessione internet eccellente e in questo gli alunni sono accompagnati dai maestri affinché ne venga fatto utilizzo a scopo educativo. Nella scuola rurale è molto importante il contatto con la natura e tutti gli alunni non solo studiano la fotosintesi ma imparano a prendersi cura delle piante, a praticare l’agricoltura e quindi vedono tutti i vantaggi che possono offrire le piante. In Occidente invece questo tipo di contatto è andato perso, nelle scuole non viene insegnato niente al riguardo, anzi sembra quasi che la natura sia un ente lontano e ostile, da domare. Io stesso, essendo nato in una grande città come Roma, non ho mai avuto la fortuna di poter sperimentare il contatto con la natura, l’utilizzo pratico delle piante e ho dovuto apprenderlo con molta fatica successivamente e tutt’ora ho ancora lto da imparare.

Nella scuola de “Las Varas” studiano tutte le materie basilari e si preparano anche al mondo del lavoro conoscendone pro e contro, opportunamente guidati dal corpo insegnanti che abbiamo avuto modo di conoscere, almeno in parte. La scuola è estremamente grata a Funima perché, da quando l’acqua è sempre disponibile, è stato possibile avviare molte attività didattiche che prima era impossibile praticare.

È stato un vero piacere vedere come un piccolo seme di aiuto possa germogliare e far fiorire un luogo inizialmente disgraziato. Successivamente, insieme a tutto il gruppo di volontari italiani, brasiliani e argentini siamo rientrati a Salta capitale per il viaggio di rientro.

Ringrazio FUNIMA International, Giovanni Bongiovanni per avermi permesso di partecipare a questa esperienza nel campo che mi ha fatto toccare con mano una grave problematica umanitaria e un modo davvero costruttivo di offrire sostegno alle comunità aborigene e creole. Per poter offrire aiuto non basta disporre di denaro, avere buone intenzioni, parlare di sani principi, occorre sporcarsi le mani e conoscere direttamente la realtà da sostenere con atteggiamento umile, sensibile e determinato allo stesso tempo. Prima di tutto è necessario stabilire un contatto umano con le comunità in difficoltà e poi instaurare un clima di fiducia e di cooperazione. L’accompagnamento familiare è indispensabile per poter conoscere i reali bisogni e anche il modo di operare di una comunità. Le comunità che persistono in un atteggiamento passivo, vittimistico, di pretesa o addirittura arrogante non traggono realmente vantaggio da un’opera di beneficenza che anzi il più delle volte porta un peggioramento del degrado non solo materiale ma anche morale. Quindi occorre dirigersi verso chi vuole evolvere e migliorare non solo le proprie condizioni ma quelle di tutti perché si cresce solo unendo le forze.

La modalità operativa che sta portando avanti Victor Laconi insieme allo staff di Funima veicola tutti questi principi ed è per questo che la maggior parte delle comunità che abbiamo visitato hanno migliorato le proprie condizioni, condividono con altri i beni ricevuti e, in certi casi, come in “Pomis Jiwet”, diventano faro e esempio per molte altre comunità.

Gaetano Pedullà, Asti, 01/04/2024

 

Riporto il discorso integrale di Fidelina Diaz Arpie, portavoce della comunità “Pomis Jiwet”, avvenuto il giorno 11 Marzo 2024, perché ritengo che sintetizzi a pieno lo spirito di lotta pacifica per la tutela dei diritti delle comunità indigene in Argentina.

Fidelina Diaz, capo della comunità Pomis Jiwet, è un’insegnante bilingue che ha dedicato tutta la sua vita alla trasmissione e diffusione della cultura della sua comunità nativa. Ha lottato pacificamente nella sua terra, all’interno della comunità e nelle scuole per preservare la cultura Chorote. Insieme a suo fratello ed altri membri della comunità, ha formato inoltre un gruppo di musicisti che, attraverso la loro musica, raccontano la loro cultura, le difficoltà ambientali, sensibilizzando sulla precarietà e l’indifferenza che li circonda.

Hanno deciso di resistere rimanendo nel loro territorio nonostante le grandi difficoltà, lavorando sodo per avviare attività produttive di auto-sostegno. Fidelina e la sua comunità vogliono essere un esempio di come si possano mantenere le proprie radici culturali e progredire, educando i loro figli a diventare un faro di luce e rappresentanza per tutte le comunità circostanti, trasmettendo valori di impegno, riscatto, speranza e cambiamento.

(Lingua Chorote-Wikina Wos)
IWO ..TÉN-NA NO-OT ES!!TÉN SHU’NA NO-OT SHIWÓYIWEY TÉN-NA SAM KATS’AKASEN PE’NEWE’E TI AWENA NAPO ATOS-ILIEM TI NAM IYÓTS’ IY.

TRADUZIONE: “Siii..buon pomeriggio ..questo pomeriggio vorrei dire che siamo molto contenti di ricevere tutte le persone che sono venute da così lontano

Buon pomeriggio a tutti, è una grande gioia potervi dare il benvenuto. Venite da così lontano e sono entusiasta di poter condividere tutte le esperienze che viviamo e ciò che stiamo cercando di fare. Prima di continuare, vorrei presentarvi l’intera famiglia che costituisce POMIS JIWET. POMIS JIWET significa “il luogo dei tamburi” ed è composta da 12 famiglie. Ci sono tre nuclei familiari, tre gruppi, il padre, i figli con i loro rispettivi coniugi ed è una comunità molto piccola ma con grandi sogni, con grandi progetti di poter e voler essere indipendenti senza dipendere da nessuno, cercando un modo per dimostrare che è possibile, che tutto è possibile. Ma quando siamo al collasso, quando non riusciamo a trovare una via d’uscita, cerchiamo un modo per raggiungere i nostri amici, i nostri conoscenti, in qualche modo. È per questo che siete presenti qui a POMIS, come ha detto Victor, e molto raramente facciamo appello alla solidarietà per far conoscere i nostri problemi, che sono molto difficili da capire e sono cose che devono essere rese visibili. In altre parole, vogliamo che gli altri conoscano una parte dell’Argentina che spesso viene dimenticata, ma nonostante questo cerchiamo di trovare un modo per esistere. Perché? Perché abbiamo i nostri figli.

Poco fa mio fratello parlava dei progetti. Nostro padre è sempre stato una persona di cultura millenaria, di cui possiamo dire con orgoglio che non sapeva cosa fosse la scuola, ma tuttavia aveva tutte le virtù, le sue virtù di insegnamento, di saggezza lungo il cammino. Per esempio, è stato una persona molto saggia nel senso di rappresentare la Chiesa, una persona che ha mantenuto la sua linea operativa fino all’ultimo respiro e quindi questo è qualcosa che a noi, come figli, è rimasto come insegnamento dai valori della perseveranza, del voler migliorare le nostre condizioni. Non ha avuto la possibilità di darci una vita dignitosa. Una vita dignitosa significa accesso alla salute, all’istruzione, a tutto ciò che significa habitat, casa. E lui non ne ha avuto la possibilità perché non poteva, ma è riuscito a darci il più grande esempio che una persona possa avere: essere dignitosi nel senso di rimanere e lottare per un pezzo di terra. E credo che siamo molto fortunati. Lui non è qui con noi, non c’è più e nostra madre è l’unica donna grande della comunità. So che ha una vita sana, nel senso che è circondata da tutti i suoi nipoti e dai suoi figli. Spero che lo senta e che possa continuare a stare con noi per molto tempo ancora e che possa vedere e condividere con noi i frutti del sacrificio che i suoi figli hanno fatto per avere un progetto. Nel caso delle vasche dei pesci, per esempio, mio padre non ha potuto vederle, ma sapeva che c’era la certezza di poter realizzare delle cose per migliorare la nostra qualità di vita, in termini di cibo, perché a livello comunitario non siamo programmati per il commercio, perché è una piccola impresa che dobbiamo iniziare a far conoscere ai nostri figli, i valori e il motivo per cui questi pesciolini sono lì, e che i nostri figli li valorizzino. E ci costa molto. È un luogo in cui le alte temperature ti consumano, ti consumano emotivamente e anche economicamente. Quindi, a causa di tutto ciò che sta accadendo a livello nazionale, ci colpisce di più, cioè lo squilibrio economico a livello nazionale raggiunge anche le comunità, perché viviamo, non è più come una volta. Prima eravamo nomadi, viaggiavamo per tutte le montagne o per la costa e dove c’era cibo, i nostri genitori si spostavano perché era un villaggio, era una tribù, comunque la si chiami, tribù, villaggio, comunità nomade. Dove c’era cibo, andavano. Sono andati da un posto all’altro e poi con tutte le divisioni dei Paesi e le guerre che si sono susseguite, i nostri genitori hanno cercato rifugio, si sono auto rifugiati i nostri genitori, i nostri nonni nel decennio 30-35, con la guerra boliviana e paraguaiana. In altre parole, tutte queste questioni fanno sì che noi, in quanto figli, vediamo il modo di continuare, ma non più il modo di seguire quella strada, di cercare un posto migliore di un altro, ma di rimanere, in altre parole, di conoscere la parola ” basta”: qui siamo, vogliamo essere, vogliamo vivere, abbiamo lo stesso diritto di tutti gli argentini. Quindi penso che le mie sorelle, i miei fratelli, siamo sempre stati d’accordo sul fatto che se non rimaniamo uniti possiamo perdere, perché il dolore più grande che ci può essere a livello di lavoro comunitario è che se non ci uniamo, perdiamo, e non perde solo una persona, ma l’intera comunità. Il senso del pensiero primitivo è sempre stato comunitario, non individuale. E quindi in questo modo il popolo, noi in questo caso, Chorote, siamo conosciuti come il popolo Chorote in Argentina, crediamo che non siamo sbagliati a voler lottare per un singolo percorso e per ottenere qualcosa, però in modo congiunto. E io voglio credere in questo, voglio credere nell’unità .

Ci sono molti bisogni. Se dovessimo elencare, non potremmo farlo, perché noi, malamente, cerchiamo di valutare ogni situazione. Siamo in una situazione molto difficile in una fase del Paese che ci riguarda, ma vogliamo sperare che cambi e che le comunità che vogliono progredire e che vogliono avere un progetto, abbiano accesso, che noi possiamo avere accesso all’acqua, perché abbiamo bisogno di acqua potabile, siamo in un territorio dove c’è ancora un conflitto e non possiamo mobilitare nulla perché dipendiamo dai cambiamenti, ma conosciamo la strada.

Per quanto riguarda gli aspetti legali, si può fare, per quanto riguarda il territorio. Ma sì, i bisogni primari, la comunità ne ha bisogno per il benessere dei bambini, la salute dei bambini, l’acqua potabile, ne abbiamo bisogno e questo è ciò che noi, parlo a livello generale, inviterò anche qualcuno se vuole dire qualche parola al riguardo, Virgilio è il nostro referente per la comunità e abbiamo sempre lavorato, abbiamo presentato cosa significa, come è organizzata la comunità. Cerco di accompagnare Virgilio nel suo cammino attraverso tutti gli anni di guida e di servizio alla comunità. E anche Alejandro è mio fratello. Sono tutti miei fratelli, le mie cognate, le mogli, i loro figli, mio nipote, le mie nipoti. Lui è un rappresentante della Chiesa all’interno della comunità, cioè cerchiamo di accompagnarci l’un l’altro, di essere tolleranti, quindi ognuno ha il suo ruolo, tutti importanti. Io sono al centro di tutti loro come portavoce, quindi cerco sempre di stare al centro. Quando c’è uno sbilanciamento, cerco di trovare un modo per riequilibrare la situazione. Quindi è di questo che si tratta per rimettere le cose sulla giusta strada. Vorrei concludere chiedendo a tutti di fare un applauso di benvenuto per il vostro arrivo.

Fidelina Diaz Arpie, “Pomis Jiwet”, Santa Victoria Este, 11 Marzo 2024