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Diario di viaggio di Gaetano Pedullà – I° parte

31 Mag 2024

Condividiamo la prima parte del diario di viaggio del volontario Gaetano Pedullà, che ha preso parte al viaggio di missione recentemente organizzato da FUNIMA International in Argentina.
Una narrazione profonda e attenta che offre una visione completa della realtà locale, l’ambiente ostile, le dinamiche politiche, la presenza del narcotraffico e il rischio di perdere le proprie radici storico-culturali; ma anche dei progetti realizzati dall’associazione, delle speranze e storie di riscatto.

Questi sono solo alcuni dei temi affrontati e che permettono di comprendere meglio le sfide e le bellezze del nostro operato.
Ringraziamo il nostro caro amico, collaboratore nonché Presidente dell’associazione “I Figli del Sole” – che collabora e sostiene la nostra associazione attraverso vari gruppi – per la sua preziosa testimonianza, e vi invitiamo a non perdervi le prossime pubblicazioni!

 

Introduzione

Nel mondo moderno l’essere umano, di fatto, sta conducendo una “guerra” spietata contro la natura in preda a un delirio di onniscienza e di onnipotenza; in nome di un processo di presunta modernizzazione, egli cerca di controllare, manipolare i processi naturali con l’illusione di perfezionarli e, nella migliore delle ipotesi, di portare benessere all’umanità, ma tutto ciò ha spesso destabilizzato equilibri presenti in natura da milioni di anni.

Oggi l’agroindustria, l’allevamento intensivo, l’estrazione mineraria, petrolifera e gassosa hanno prodotto un massiccio disboscamento di milioni e milioni di ettari di terra, l’impoverimento e l’avvelenamento dell’ecosistema, la grave riduzione della biodiversità, indispensabile per il proseguo della vita. Solo in Argentina le statistiche del “Ministerio de Ambiente y Desarrollo Sustentable de la Nación”, tra il 1998 e il 2022 indicano che sono stati disboscati quasi 7 milioni di ettari, un quarto della superficie dell’Italia, principalmente per l’allevamento intensivo e per le monoculture di soia transgeniche. Il “Ministero de Ambiente y Desarrollo Sustentable de la Nación” (MAyDS, 2021) afferma nell’”Inventario nazionale dei gas serra in Argentina”, redatto nel 2018, che i settori dell’agricoltura, dell’allevamento, della silvicoltura e degli altri usi del suolo sono responsabili del 39% delle emissioni di gas serra del Paese, contribuendo all’attuale crisi climatica che determina climi più aridi e ostili con piogge torrenziali altamente distruttive.

L’adulterazione dell’ecosistema ha contribuito a mettere in ginocchio l’agricoltura familiare, le piccole cooperative, più in generale il sostentamento idrico e alimentare delle popolazioni coinvolte. I popoli originari, a differenza dell’attuale umanità, vivono in simbiosi con la natura sentendosi parte della stessa e rigettano il concetto di proprietà privata poiché la natura, secondo loro, non appartiene a nessuna specie, tantomeno all’essere umano. Essi, hanno sempre condotto una vita per lo più nomade alimentandosi attraverso la caccia, la pesca e la raccolta di frutti dagli alberi; il nomadismo permetteva all’ecosistema di rigenerarsi evitando dunque l’impoverimento di fauna e flora.

Attualmente i popoli aborigeni, sono caduti in disgrazia ed in Argentina vivono una grave crisi umanitaria non trovando più nell’ecosistema cibo e acqua che prima erano presenti naturalmente ed in abbondanza. Di recente, il 6 Febbraio 2020, il governo argentino ha perso una causa internazionale presso la “Corte Interamericana dei diritti umani” per aver costretto gli indigeni a vivere nelle zone più inospitali del paese. Gli effetti della colonizzazione, il malgoverno e l’impoverimento dell’ecosistema hanno determinato in primo luogo una gravissima crisi idrica. La mancanza di acqua incombe su tutte le comunità indigene e creole determinando l’impossibilità di bere, di praticare l’agricoltura e l’allevamento comunitari, per cui si è sviluppata anche una condizione di malnutrizione e di crisi sanitaria. Il 29 Gennaio 2020 la Provincia di Salta ha dichiarato l’emergenza socio-sanitaria nei tre Dipartimenti di San Martín, Rivadavia e Orán chiedendo sostegno alla Croce Rossa argentina, all’UNICEF, ad una delegazione dell’UE e ad altri organismi internazionali; emergenza successivamente prorogata e tuttora attiva.

Solo qualche giorno fa, fra il 12 e il 16 Marzo 2024 nei pressi di Santa Victoria Este sono morti altri 5 bambini (3 femmine, 2 maschi), di cui 4 soffrivano di malnutrizione. Il tasso di mortalità infantile è decisamente alto in questa zona: recentemente uno studio svolto dal medico Elizabeth Ferrer per conto dell’Universidad Nacional de Salta (UNSA) indica che, nel periodo compreso fra il 12 Marzo del 2018 e il 12 Marzo del 2019, il tasso di mortalità infantile al di sotto dei 5 anni di vita ammonta al 31,94 per mille, ovvero ogni 1000 nativi vivi muoiono circa 32 bambini. In questo contesto FUNIMA International Onlus opera da quasi 20 anni con lo scopo di sostenere le popolazioni aborigene e creole del Chaco argentino che versano in condizioni di vita così sfavorevoli. Attualmente Funima sta seguendo 15 comunità indigene in molte delle quali ha installato sistemi di raccolta dell’acqua piovana, cisterne flessibili (geobolse) di acqua, torri di 8 metri dotate di cisterne per stoccaggio acqua proveniente da pozzi e distribuzione attraverso una rete idrica che arriva alle singole abitazioni. Personalmente sono più di 10 anni che seguo scrupolosamente l’operato di FUNIMA e cerco di sostenerlo sia individualmente che coralmente.

La visita alle comunità

Quest’anno insieme a diversi volontari italiani, argentini e brasiliani abbiamo intrapreso un viaggio sul campo col chiaro intento di conoscere direttamente le condizioni dei popoli originari argentini e l’operato della Onlus. L’ingegnere Victor Laconi, referente dello staff argentino di FUNIMA, ci ha accompagnato in modo egregio mettendo a disposizione tutta la sua esperienza. Il giorno prima di iniziare la visita alle comunità Victor ha tenuto una conferenza introduttoria per descrivere accuratamente il contesto storico, culturale e sociale in cui è sorta l’attuale crisi umanitaria nella Provincia di Salta e il tipo di sostegno che FUNIMA International sta fornendo alle comunità della regione.

Primo giorno di viaggio

Il primo giorno ci siamo recati nella zona di Santa Victoria Este dove non esistono strade asfaltate. Mi ha molto colpito la realtà della comunità “Mora 1” dove abbiamo conosciuto il Cacique (capo-comunità) Andrés, una persona di sani principi, etica, responsabile e rigorosa nel mettere al primo posto i bisogni della comunità, con particolare attenzione all’educazione dei bambini. Qui FUNIMA ha installato un sistema di raccolta di acqua piovana con 2 cisterne da 5.750 litri e una cisterna flessibile da 20.000 litri indispensabile per i lunghi periodi di siccità e infine cisterne di stoccaggio acqua nelle singole abitazioni. Purtroppo tale soluzione non è definitiva: Andrés lamenta la scarsezza di acqua per la mancanza di approvvigionamenti continui da parte del municipio di Santa Victoria Este imputabile alle difficili condizioni delle strade, alla scarsezza di risorse umane e di veicoli adeguati (di capacità 5000 -7000 litri, nettamente inferiore a quella delle cisterne flessibili) e in definitiva di risorse economiche.

La comunità, sottolinea Andrés, avrebbe bisogno di un pozzo per risolvere definitivamente la problematica. Nella zona di Santa Victoria Este solitamente si trova acqua potabile intorno ai 200 metri di profondità e questo implica costi altissimi che non sono alla portata di ONLUS come FUNIMA; a profondità più basse (pozzi “someri”) l’acqua risulta insalubre e salata. A volte non si riesce a fornire l’aiuto che si vorrebbe perché la situazione specifica non lo permette e questo è difficile da digerire specie quando si incontrano persone attive e ben disposte come quella residenti a “Mora 1”. Abbiamo potuto costatare che la comunità si sta impegnando seriamente per il proprio sostentamento, pur praticando l’allevamento fatica enormemente ad introdurre l’agricoltura comunitaria sia per la mancanza di acqua che il forte calore stagionale.

A pranzo ci siamo recati insieme ad Andrés a ridosso del fiume Pilcomayo che delimita il confine fra Argentina, Bolivia e Paraguay; Si tratta di un fiume di medie dimensioni, dal colore marrone scuro per l’alta densità di detriti che diventa pericoloso in caso di esondazione. Il Cacique ci ha condiviso il suo timore per la possibile esondazione, causata dall’ ennesima piena del fiume che porterebbe devastazione nella comunità, come già accaduto in precedenza. In caso di alluvione tutta la comunità sarebbe costretta a fuggire in cerca di riparo, lasciando purtroppo almeno un aborigeno in loco, a rischio di vita, per evitare che altri in preda alla disperazione, possano trafugare la cisterna flessibile, la struttura di raccolta per l’acqua piovana e altro ancora.

Infine Andrés ci ha parlato del problema del traffico di droga a ridosso del fiume Pilcomayo. I cartelli internazionali della droga cercano costantemente di alimentare il traffico di droga fra Argentina, Bolivia e Paraguay, sfruttando il fiume come punto strategico di passaggio poco sorvegliato dalle autorità argentine. Per i narcotrafficanti il “corriere” ideale della droga è proprio l’aborigeno che da sempre può passare la frontiera non controllato dalle autorità militari e poliziesche. D’altra parte le comunità indigene versano in una crisi umanitaria terribile al limite della sopravvivenza per cui accade che la tentazione di guadagnare molto denaro in modo facile e veloce vince sull’etica e sui principi propri della cultura indigena. Gli individui più fragili cadono nella rete del traffico di droga, ambiscono a diventare corrieri internazionali con la falsa speranza di riscattare le proprie condizioni e finiscono per assumere droga. Nelle scuole girano sostanze stupefacenti e purtroppo è capitato che alcuni giovani aborigeni hanno iniziato a consumare droga già dai 10 anni di età; quando si trovano in stato di astinenza sono disposti a tutto pur di trovare la droga, mancano di rispetto persino alla propria famiglia e mettono a rischio l’intera comunità. Spesso i genitori non fanno nulla e in tal modo diventano complici del degrado dei propri figli. Anche la polizia non riesce a risolvere questo grave problema perché da un lato arresta i giovani che vendono droga ma poi li rilascia quasi subito perché le carceri sono piene; in questo modo i ragazzi non si responsabilizzano e tornano di nuovo a cadere negli stessi errori. Sarebbe, dunque, necessario – afferma Andres – che i giovani rimanessero molto più tempo in carcere, almeno una settimana, per rendersi conto del crimine commesso ed essere educati ad un comportamento più costruttivo. Andrés, visibilmente emozionato, si è aperto e ci ha raccontato che un individuo all’interno della sua comunità stava consumando droga, ma grazie al suo sostegno e alla sua caparbietà di capo famiglia responsabile è riuscito a salvarlo. Un discorso molto profondo e, allo stesso tempo, toccante, un esempio su come dovrebbe essere l’educazione dei giovani. A Santa Victoria Este la formazione dei giovani avviene prevalentemente all’interno della comunità per cui diviene fondamentale il tipo di educazione che essi ricevono dal capo famiglia.

Nel primissimo pomeriggio abbiamo visitato la comunità di “Mora 2” costituita da 7 famiglie e 12 bambini. In questo luogo, anni addietro, era presente solo la boscaglia che i locali la chiamano “el monte”: si tratta per la maggioranza di una foresta xerofila, bassa e semiarida, fatta di arbusti spinosi oltre che di alberi con foglie sempreverdi, piccole e dure, adatte all’arido clima della zona. Per qualche motivo, a noi sconosciuto, queste famiglie si sono dovute spostare e infine hanno occupato questo luogo situato poco prima dell’anello di contenimento fluviale. In realtà avrebbero preferito abitare oltre l’anello di contenimento perché in tal modo la comunità sarebbe stata protetta dalle esondazioni del Pilcomayo. Il Cacique Ángel Pérez è molto preoccupato per l’attuale piena del fiume che minaccia di alluvionare “Mora 2”. Ángel ci confida che durante le esondazioni diversi serpenti invadono il loro territorio minacciando l’incolumità della comunità e soprattutto dei bambini. In questa comunità il problema principale è sempre stato l’estrema povertà, la mancanza assoluta di acqua e cibo. Prima della pandemia del 2020, FUNIMA ha donato e installato una cisterna flessibile (geobolsa) da 22.000 litri che purtroppo non è risultata sufficiente a soddisfare il fabbisogno idrico comunitario. L’anno scorso FUNIMA ha fornito una seconda cisterna flessibile con relativo terrapieno per provvedere al sostentamento idrico dell’intera comunità. Il Cacique ci ha confidato che l’autocisterna municipale non viene sempre, a volte rimangono senza rifornimento di acqua per lunghi periodi e questo mette in crisi tutte le famiglie del posto. A “Mora 2” le condizioni di vita sono davvero difficili e non c’è modo di praticare l’agricoltura. Il municipio dovrebbe provvedere alla periodica fornitura di cibo ma purtroppo questo non avviene sempre e la sopravvivenza alimentare della comunità è messa a rischio. Anche in questo caso la soluzione definitiva sarebbe la realizzazione di un pozzo ma, come nel caso di “Mora 1”, i costi sono insostenibili.

FUNIMA partecipa a riunioni politiche proprio per stimolare l’intervento delle istituzioni locali affinché finanzino le infrastrutture più costose, irrealizzabili con i soli fondi della Onlus, e in certi casi, grazie all’aiuto governativo è stato possibile risolvere situazioni molto critiche. È proprio questo il caso di “Mora 2” e la speranza di Victor è quella di aiutare la comunità a divenire autosufficiente a livello idrico e alimentare. Alla fine ci siamo commossi nell’empatizzare con l’anziana della comunità (“Abuela”) e con tutti i meravigliosi bambini. Più tardi è stato molto emozionante conoscere la comunità “El Mistolar” e il suo carismatico Cacique Silas dagli occhi profondi e vivi.

In questa comunità hanno la fortuna di avere, grazie al recente sostegno del governo, la rete elettrica, un pozzo d’acqua potabile dotato di pompaggio elettrico e una rete di distribuzione idrica nel villaggio con serbatoi dislocati nei pressi delle abitazioni. Al momento della nostra visita non c’era energia elettrica ma si trattava di un inconveniente temporaneo. Anche nella comunità “El Mistolar” abbiamo potuto notare l’impegno da parte dei membri della comunità nel migliorare le proprie condizioni. Le loro abitazioni sono costruite con mattoni crudi di loro produzione, fatti di fango e argilla, mentre il tetto è costituito da tre strati: il primo da assi orizzontali di legno che servono a sostenere gli strati successivi, poi uno strato di plastica ed infine uno strato di terra e acqua mescolati e compattati (fango), il tutto ulteriormente stabilizzato da assi verticali sempre in legno.

Il grosso vantaggio di questa struttura è l’isolamento termico per cui all’interno si sta sempre al fresco nonostante le elevatissime temperature; il difetto è la non impermeabilità all’acqua, il che implica che spesso occorre rifare il tetto e sostituire i mattoni danneggiati dalle piogge. La produzione giornaliera di mattoni crudi è realizzata con mezzi di fortuna e attualmente ammonta a circa 50 unità, utilizzando strumenti più specifici potrebbe raggiungere facilmente le 100-200 unità. I mattoni crudi in caso di pioggia tendono a sfaldarsi lungo il lato più esposto e col tempo è necessario sostituirli per evitare l’inagibilità dell’abitazione. I mattoni cotti, invece, risultano essere duraturi perché il processo di cottura li rende più resistenti all’acqua. La realizzazione in loco di un forno per produrre mattoni cotti rappresenterebbe un importante passo in avanti nella realizzazione delle abitazioni. Queste sono le piccole opere che Funima può decidere di realizzare all’interno di una comunità in fase di accompagnamento. Successivamente abbiamo avuto il piacere di visitare la chiesa dove si svolgono le funzioni religiose appartenenti alla “Iglesia Renovada” di Cristo, un luogo decoroso e molto più fresco rispetto all’ambiente esterno, come del resto tutte le loro abitazioni.

Abbiamo notato anche la presenza di un’aula-container dotata di aria condizionata dove i bambini possono ricevere la formazione bilingue. In generale questa comunità è molto pulita e ordinata, non c’è immondizia abbandonata. Il Cacique ci ha mostrato l’orto in fase di avvio grazie all’impianto idrico di recente costruzione dove sono già presenti mais, zucca e cocomero, ci ha condotto all’allevamento di capre, mucche e maiali e infine ci ha offerto il miele, sempre di loro produzione dal gusto molto gradevole. Funima ha un importante progetto con cui sostenere “El Mistolar” nella commercializzazione del miele.

Uno dei maggiori problemi in questa comunità è quello dell’assistenza sanitaria. Silas è operatore sanitario sin dagli anni 90’, ha curato molti casi di malattia nella propria comunità ma ci sono emergenze che non è in grado di gestire per cui sarebbe necessario richiedere telefonicamente (da cellulare) l’intervento di un’autombulanza ma spesso non è possibile perché non c’è un buon segnale in zona, per cui non rimane che percorrere dai 7 ai 12 Km per raggiungere il centro sanitario più adeguato. Silas ha una moto ma le condizioni impervie della strada sterrata spesso impediscono la mobilità e in certi casi la situazione diventa davvero difficile; ci sono complicazioni che non possono essere gestite a S.Victoria Este, come ad esempio il parto cesareo, per cui occorre recarsi a Tartagal percorrendo altri 150 Km.

Questa comunità è fortunata perché ha l’acqua, ha un Cacique come Silas che può curare molte malattie e che almeno può tentare di recarsi al centro sanitario; altre comunità non riescono a ricevere cure adeguate e questo spiega il perché in questa zona è stata dichiarata l’emergenza socio-sanitaria nel 2020. Alla fine Silas e gli altri membri del gruppo ci hanno dedicato una preghiera di buon augurio per il nostro viaggio solidale; per me (e non solo) è stato un momento molto emozionante in cui ogni gesto, ogni parola erano pregni di una atmosfera surreale, magica e allo stesso tempo amorevole. Un’esperienza indimenticabile contemplare il profondissimo sguardo di Silas, la sua voce.

Verso le ore 18, fiaccati dagli oltre 44 gradi di temperatura, abbiamo visitato la comunità “Pomis Jiwet” che, tradotto dalla lingua Chorote, significa “Il Luogo dei Tamburi”. Si tratta in effetti di un luogo dall’atmosfera speciale dove vivono 12 famiglie di etnia Chorote Samijyé-Wikína wos (Chorote). Il Cacique Virgilio ci ha mostrato con orgoglio l’acquacoltura su terraferma di 500 pacu, pesci di acqua dolce originari del Sud America, strutturata in vasche a terra allestite e mantenute dalle famiglie del posto; purtroppo di recente sono andati perduti 300 pesci a causa della mancanza d’acqua. La comunità è in attesa dell’arrivo di altri 800 pesci dalla provincia di Formosa, tale arrivo è però ritardato dalle alte temperature in zona con la complicanza che le vasche non sono affatto protette dalla potente azione del sole.

La comunità “Pomis Jiwet”, ci assicura Virgilio, è autosufficiente a livello alimentare e ha in programma di espandere l’acquacoltura al fine di vendere il pesce fuori dalla propria comunità. Inoltre le 12 famiglie sono impegnate sia nella produzione di miele mediante l’apicoltura, sia nell’agricoltura dove, in questa stagione, spicca la produzione di arance. Si auto-producono mattoni cotti con cui hanno edificato numerose abitazioni, inclusa un’area, tuttora in costruzione, che sarà adibita all’educazione scolastica; in questo caso FUNIMA ha fornito tutto il necessario per ultimare i servizi igienici e la comunità si è dimostrata onesta e responsabile restituendo tutto il materiale non utilizzato.

A “Pomis Jiwet” nel 2006 la provincia di Salta ha effettuato la perforazione di un pozzo “somero” di 22 metri. A questa profondità, vista la particolare stratificazione del suolo, l’acqua è insalubre e salata ed è utilizzabile esclusivamente per l’irrigazione degli orti, per abbeverare gli animali, per la creazione di mattoni da utilizzare nella costruzione di piccoli recinti, ma non è adatta al consumo umano. Nel tempo sono state installate una rete idrica sino alle abitazioni e delle piccole cisterne ma il problema dell’acqua insalubre persiste e le misure palliative, introdotte nel tempo, non risolvono ancora il problema. Tra le numerose attività comunitarie, riveste un ruolo fondamentale la preservazione della cultura Chorote ed indigena in senso lato. Nel mese di febbraio 2017 è stata effettuata la registrazione dell’album “Ampey” presso lo studio Animal Music di Buenos Aires. In esso, i fratelli Díaz della comunità Pomis Jiwet hanno registrato sei canzoni con lo scopo di diffondere nel mondo la cultura, la storia e la lingua del popolo Chorote-Wikina Wos. Alla fine della nostra visita i fratelli Diaz, incluso il Cacique Virigilio Diaz, hanno realizzato uno spettacolo musicale attraverso sonorità e testi di spessore. Le loro canzoni esprimono concetti importanti come la preservazione della cultura e dei costumi indigeni, la simbiosi con la natura di cui loro si sentono parte integrante.

Ma la vera sorpresa è stata conoscere Fidelina Diaz o Arpie, nome in lingua indigena, docente bilingue in Castilliano e Chorote-Wikina Wos, che a partire dall’età di 16 anni lotta per i diritti dei popoli originari in Argentina scontrandosi prima col maschilismo patriarcale nella propria comunità Samijyé-Wikína wos, successivamente con l’indifferenza e l’oblio delle Istituzioni in Argentina. Da oltre 10 anni Il suo impegno principale è la formazione scolastica dei giovani indigeni all’interno del circuito scolastico di Santa Victora Este. Nella progettazione curricolare della scuola argentina non è contemplato o previsto l’insegnamento in lingua aborigena. Fidelina è ufficialmente diplomata come maestra in lingua spagnola ma insegna anche in lingua indigena, per cui, di fatto, risulterebbe maestra bilingue, ma questo non le viene riconosciuto, ufficialmente lei dovrebbe limitarsi semplicemente a tradurre dallo spagnolo all’indigeno. In conclusione un bambino nato in un contesto aborigeno, abituato a certi usi e costumi viene costretto ad adattarsi a una cultura completamente diversa con il forte rischio di perdere le proprie radici storico-culturali. Gli indigeni e i “bianchi” non godono delle stesse opportunità nel percorso di formazione scolastico: mentre i primi si devono adattare a una cultura diversa dalla propria i secondi invece possono studiare direttamente nella propria cultura.

La preservazione della lingua madre ha un significato profondo perché implica la Cosmo visione, l’utilizzo di espressioni e termini che sono parte integrante della cultura originaria. Fidelina ha scritto diversi libri che descrivono la cultura dei popoli aborigeni per diffonderla nel mondo e da molti anni lotta per le pari opportunità fra aborigeni e “bianchi”. Lei ha la stoffa di leader di un popolo, ricorda la leggendaria e nota figura di Davi Kopenawa leader degli Yanomami dell’Amazzonia brasiliana e da anni attraversa l’intero Stato Argentino per soccorrere e supportare i diritti di tutte le comunità indigene, mettendo da parte la propria vita personale. Nel suo discorso ha ribadito la necessità per i popoli indigeni di unirsi, di rimanere nelle proprie comunità e ivi costruire una nuova realtà preservando la propria cultura in modo pacifico e onesto. La comunità di “Pomis Jiwet” rappresenta la comunità che più mi ha colpito, un vero e proprio esempio di impegno socio-culturale teso a far evolvere non solo la singola comunità ma tutti i popoli originari in Argentina.

 

To be continued…